Quel cazzo di cielo!

Se c’era una cosa che odiavo era quando si dimenticavano di girarmi verso la porta, da lì, sebbene per altri potesse esser cosa da poco, vedevo tutto il via vai, le belle infermiere, i parenti degli altri assistiti, ma soprattutto riuscivo a vedere chi arrivava nella mia stanza riuscendo a prepararmi, almeno psicologicamente, per tempo. Quando mi lasciavano di spalle alla vita ospedaliera rimanevo ad osservare una finestra spalancata sul cielo e l’unica cosa che potevo fare erano le previsioni del tempo, anzi vedevo azzurro, grigio o nero, e pensavo, un bel mestiere del cazzo! Mi ero da poco appisolato quando sentii dei passi avvicinarsi. Ogni volta viverlo di spalle mi mandava in bestia, ma porca puttana, imprecavo in silenzio, cosa costerà mai a chi può farlo? Giunto nei pressi del letto si dovette fermare. Io avrei voluto dire tante cose ma come al solito dalla mia inutile bocca non uscì niente, o quasi, un po’ di fiato.

Ho atteso i tuoi pensieri e le tue combinazioni come frutti maturi. Così disse quella voce. Quel suono mi spiazzò. Io non avevo mai sentito una voce così bella e profonda. Quel suono sedeva alle mie spalle, ed era, adesso più che mai, una presenza pesante. Io navigavo a vista nel blu di quella maledetta porzione di cielo a me destinata. Da quel momento regnò il silenzio ed i miei ragionamenti si fecero largo: forse era stata soltanto una sensazione, la voglia di esserci al di là della noia, e creare qualcosa di diverso, pensai poi ad un insieme di suoni e alla paura di essere solo al cospetto della mia solitudine. Sentivo il mio respiro ansimare, forse per paura, o gioia, o entrambe: era comunque una sensazione giovane, piacevole, forse mai provata prima, avevo passato troppe ore solitarie. Quando i pensieri finirono mi accorsi che stavo sbavando di nuovo, che schifo!

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